Imparate da me mite e umile

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   OMELIA
XIV Domenica del tempo ordinario – anno A
Andria, Parrocchia Gesù Crocifisso, 4 giugno 2020

Letture:
Zc 9, 9-10
Sal.144
Rm 8, 9. 11-13
Mt 11, 25-30

Al cuore della riflessione sulla parola di Dio oggi c’è un invito di Gesù, un’esortazione precisa, la troviamo nel Vangelo: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. Lui si propone a noi oggi non come uno dei tanti maestri, ma come il Maestro, l’unico che ci insegna l’arte di vivere secondo il Vangelo.
Sì, carissimi, noi cristiani dobbiamo essere convinti che Gesù è il Maestro, che non è venuto a dettare una sua filosofia, un suo modo di pensare, non ha lasciato biblioteche di libri, non ci sonoopere scritte da Gesù come ci sono opere, anche di grande valore, scritte da grandi maestri del pensiero, di altre religioni, di altre fedi, Gesù non ha scritto un libro, una sola volta ha scritto, ricordate, e ha scritto per terra e non sappiamo nemmeno cosa ha scritto.
Gesù, insomma, si propone a noi non come uno che è venuto a darci una dottrina, che sarà pure alta, interessante ma è pur sempre una dottrina. Gesù è venuto a proporre sé stesso come dottrina, non teorie ma una esperienza. Ecco perché Gesù non ci dice: “Imparate le cose che dico”, ma: “Imparate da me”. Guardate come ho fatto io; guardate quello che ho fatto io e così dovete fare anche voi”. Quello è il canovaccio, il binario su cui noi ci dobbiamo mettere e camminare. Tutta la vita nostra ha soltanto questo senso: imitare, seguire Gesù. E lui stesso così lo riassume: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Due parole che bastano per fare il nostro programma di vita: mite ed umile di cuore, la mitezza e l’umiltà.
Troviamo la beatitudine della mitezza in altre parti del vangelo, ricordiamo, per esempio, le Beatitudini: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. In altra parte poi c’è l’elogio dell’umiltà, soprattutto incarnata nella Vergine Maria: “Il Signore ha guardato all’umiltà della sua serva; ha deposto i potenti dai troni – dirà la Madonna nel Magnificat – ha innalzato gli umili”. Queste due virtù prima ancora di essere delle virtù rappresentano un vero e proprio stile di vita, è un modo di pensare innanzitutto, e conseguentemente un modo di vivere. Oso dire che se non ci sono, saremmo delle persone pie, devote ma non cristiani.
Siamo cristiani veramente, se stiamo mettendo al cuore della nostra esperienza di vita questo programma che oggi Gesù ci dà.
Diciamo innanzitutto qualcosa sulla mitezza: chi è la persona mite? È la persona che cerca di condurre la propria esistenza non con il piglio del potente, del forte, del sapiente, che ha sempre ragione, che non sbaglia mai e anche quando sbaglia deve sempre coprire perché nessuno lo deve sapere e anche quando si viene a sapere si fa di tutto per dire che la colpa è sempre degli altri.
La mitezza, invece, è l’esatto opposto della violenza. Certo, sappiamo bene che la violenza può stare già in uno sguardo, in un pensiero, nelle parole, senza contare poi la violenza vera e propria, quella fisica delle mani, delle armi. Chiediamoci: un cristiano può essere violento? Ovvio che No! Il cristiano ripudia la violenza e, badiamo bene, ogni tipo di violenza. Gesù ci dice: “Imparate da me che sono mite”. Gesù ha fatto una scelta di campo: salvare il mondo non con la violenza, la forza, la potenza, ma con la mitezza. E certo noi facciamo un po’ fatica a capire questo messaggio, non a caso Lui ha cominciato proprio così nella sua preghiera: “Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Io non mi meraviglio se un adulto, una persona sapiente, forte, intelligente di fronte a un discorso di questo tipo fa un sorriso e dice: “Ma possiamo credere ancora a queste cose?!”, non mi stupisco, Gesù l’ha detto. Chi si presenta davanti al Vangelo con la sua sicurezza, non lo capisce, non lo può capire, resta fuori. Per accostarci al vangelo ci dobbiamo presentare in umiltà di cuore, con la semplicità dei piccoli, del bambino che si fida del padre, che non sta a discutere.
E poi l’umiltà, che è sorella della mitezza. L’umiltà non è quella virtù che ci fa nascondere le nostre vere qualità, i falsi umili sono quelli che fanno capire di essere umili e poi sotto, sotto fanno di tutto per arrivare primi, barando. Oggi una caratteristica della società è proprio questa: si bara, si imbroglia dappertutto pur di arrivare primi, pur di conquistare posti che non ci spettano nello sport, nella professione, nella politica.
L’umiltà è avere la coscienza di ciò che si è con i propri pregi e i difetti, serenamente accettare e riconoscere, quando va bene: “Grazie, Signore”, quando va male: “Scusa, Signore. Perdonami. Ho sbagliato”. Ma quanti di noi sono veramente pronti a dire: “Ho sbagliato”, e non soltanto al Signore, anche tra di noi. Quanti di noi siamo pronti a calare la testa, anche di fronte a un fratello, una sorella, un amico, un parente, un collega e dire: “Ho sbagliato, scusa, hai ragione, perdonami”. E invece, anche quando abbiamo torto marcio, non lo vogliamo mai ammettere; non si può perdere, bisogna vincere per forza e se per far questo consumiamo ingiustizie terribili, ormai la coscienza l’abbiamo addormentata, ci va bene tutto, non capiamo più dove è il bene e dove è il male.
Capite bene cari fratelli che questo tipo di comportamenti avvelena la vita e stiamo tutti male perché questo mondo sbagliato ci cade addosso e prima o poi il male che si fa si paga, magari non lo paghiamo noi, lo pagheranno delle persone innocenti che non c’entrano niente e il Signore ce ne chiederà conto. Non crediamo di uscircene troppo facilmente alla leggera con la giustizia di Dio. Lui si presenta a noi mite ed umile e così fa la sua giustizia. Quindi di fronte al Signore oggi il nostro esame di coscienza deve essere coraggioso, vigoroso. Cerchiamo di essere pietosi con gli altri ma impietosi con noi stessi. Abbiamo il coraggio di esaminarci e di vedere qual è la nostra parte nella costruzione e nella conduzione di questa società, di questo mondo così violento, così spietato che ci circonda? È proprio sicuro che possiamo puntare il dito e dire: “La colpa è di quello o di quello?”. È proprio sicuro che possiamo fare una cosa del genere? Non è molto più serio chinare il capo e dire: “Signore, dammi la luce per capire dove sbaglio io, perché certamente anche io con la mia quota di errore contribuisco a rendere sbagliata e cattiva questa società. Intorno all’altare chiediamo il dono della conversione.