Omelia Festa di San Giuseppe Artigiano

30-04-2026

Siamo qui, come il popolo d’Israele davanti alla Porta delle Acque, per riscoprire la nostra identità. Il brano di Neemia, ascoltato nella prima lettura, ci mostra che la ricostruzione delle mura, dopo il ritorno dall’esilio, non è completa finché non viene aperto il Libro. La reazione del popolo — il pianto e poi la gioia — è l’esperienza di chi si sente finalmente “a casa” nel cuore di Dio.

Oggi, dopo cinquant’anni dalla sua costruzione, questa chiesa riceve finalmente il sigillo della dedicazione. Diventa il luogo dove la Parola viene “spiegata” affinché il popolo ne comprenda il senso. Come scriveva Sant’Agostino: “Noi siamo la casa di Dio; ma siamo ancora in costruzione. La dedicazione della casa si compirà nella gloria, ma ora avviene mediante la predicazione della Parola” (Sermo 336).

Il rito che stiamo vivendo è denso di una bellezza che scuote i sensi. Tra poco vedremo gesti che parlano alla nostra anima. Il Crisma profumato trasforma queste pietre e queste mura in un segno di Cristo, l’Unto per eccellenza. Come i nostri corpi nel Battesimo e nella Cresima, anche questo edificio viene “cristificato”. Il fumo dell’incenso che sale non è solo omaggio a Dio, ma rappresenta le preghiere di questa comunità che, in cinquant’anni, sono salite verso il cielo. L’altare viene vestito a festa e le luci si accendono perché questa è la sala del banchetto nuziale, dove splende la luce di Cristo.

In questo senso, i Padri della Chiesa vedevano nell’altare l’immagine di Cristo stesso. Sant’Ambrogio affermava: “Cos’è infatti l’altare di Cristo se non l’immagine del Corpo di Cristo? […] L’altare è la figura del corpo, e il Corpo di Cristo è sull’altare”. Consacrare questo altare significa porre al centro della comunità il sacrificio di amore che dà senso a ogni fatica quotidiana.

Ma questo edificio non avrebbe anima senza il “cantiere umano” che lo abita. Se oggi giungiamo a questa meta, lo dobbiamo a chi in tutti questi anni ha guidato e servito questa porzione di Chiesa. Il mio pensiero grato va oggi a Don Michele Troia, a Don Michele Massaro e all’attuale Parroco, Don Sergio Di Nanni, che con dedizione paterna accompagna i passi di questa comunità, e al suo collaboratore, Don Peppino Lapenna, per il suo servizio pastorale.

Accanto a loro, un ringraziamento va ai membri del Consiglio Pastorale e del Consiglio per gli Affari Economici, che con responsabilità lavorano perché la parrocchia sia una casa solida e accogliente. Ma la mia gratitudine si estende, soprattutto, a tante persone che nel silenzio e nell’invisibilità lavorano per la comunità: chi pulisce la chiesa, chi la adorna, chi educa i piccoli, chi assiste i poveri. Voi siete le “pietre nascoste” nelle fondamenta, quelle che non si vedono ma che sostengono l’intero edificio. E ricordate sempre, carissimi, che in questi servizi silenziosi ma preziosi, non ci sono “posti fissi” Quanti vogliono dare una mano non hanno che da aggiungersi a questa bella schiera.

Il Vangelo ci pone davanti a una sfida cruciale che interroga il nostro modo di credere. I concittadini di Gesù restano scandalizzati dalla sua “normalità”: «Non è costui il figlio del falegname?». Il loro errore non fu l’ateismo, ma l’incapacità di vedere l’infinito racchiuso nel finito, il divino nascosto tra i trucioli di una bottega di falegnameria di Nazareth.

Per noi, comunità di San Giuseppe Artigiano, questo non è solo un racconto, ma un monito e una missione. Questa chiesa è la “Casa dell’Artigiano”. Qui veniamo a imparare che Dio non abita solo nell’astratto dei concetti teologici o nel silenzio incensato delle solennità, ma si è sporcato le mani. Abita nel sudore della fronte, nella resistenza del legno, nella fatica di chi ogni mattina si alza per guadagnarsi il pane.

Se la nostra fede non è capace di scorgere la santità in un gesto di lavoro onesto, allora non abbiamo ancora compreso il mistero di Betlemme e di Nazaret. Se non riconosciamo Cristo nel volto del lavoratore precario, del vicino che soffre in solitudine, del povero che bussa alla nostra distrazione, non lo riconosceremo neanche nel pane spezzato su questo altare.

San Giovanni Crisostomo ci richiama all’ordine con parole che tagliano come lama: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri… Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre il freddo e la nudità».

C’è un legame indissolubile tra l’altare che oggi ungiamo e la “carne” della nostra città. La liturgia che celebriamo non è una fuga dal mondo, ma un rifornimento di senso per tornarvi. L’unzione che oggi ricevono queste mura è il riflesso dell’unzione che ogni battezzato porta in sé. Ogni volta che usciamo da queste porte, noi diventiamo “altari portatili” sui quali deve essere sacrificato l’egoismo a favore della carità.

Come diceva Cesareo di Arles: «Ogni volta che veniamo in chiesa, prepariamo le nostre anime affinché siano belle come questo tempio». La bellezza di questo luogo, finalmente dedicato, non è un vanto architettonico, ma un impegno morale. Una basilica splendente richiede anime luminose. Non possiamo curare i dettagli di queste pietre e lasciare che le pietre vive della nostra comunità — i giovani, le famiglie, gli anziani — si sgretolino sotto l’indifferenza.

San Giuseppe, l’uomo del silenzio e del fare, ci insegni l’arte della “manutenzione dell’amore”. Egli non ha costruito solo mobili, ha custodito la Santa Famiglia. Così noi, ispirati dal suo esempio, siamo chiamati a costruire giorno dopo giorno non solo muri di pietra, ma una comunità cementata dalla carità, quel “vincolo di perfezione” che tiene insieme le diversità.

Facciamo sì che ogni colpo di martello, ogni parola detta in ufficio, ogni gesto di cura domestica sia fatto «nel nome del Signore Gesù», trasformando la nostra vita ordinaria nell’opera d’arte più bella agli occhi di Dio.

 O San Giuseppe, Artigiano di Nazaret e custode di questa casa, guarda con amore questa comunità che oggi, dopo cinquant’anni, consacra al Signore il frutto del suo lavoro e della sua fede.
Insegnaci a servire Dio tra le mura domestiche e nelle officine del mondo; aiutaci a capire che ogni colpo di scalpello e ogni gesto di carità sono pietre vive che edificano il Regno dei Cieli.
Custodisci i nostri pastori, illumina chi collabora e benedici le mani instancabili di chi serve nel silenzio.
Fa’ che questo altare sia per noi sorgente di forza: qui depongano le loro fatiche i lavoratori, qui trovino ristoro i poveri, qui si accenda la gioia di sentirci fratelli.
Tu che hai protetto la Santa Famiglia, rendi questa parrocchia una famiglia di cuori aperti, perché la bellezza di questo tempio risplenda, prima che nelle pietre, nelle nostre anime trasformate dall’amore.

Amen.