Sorelle e fratelli carissimi,
caro catecumeno Alessandro, e voi, genitori della piccola Azzurra Rita,
In questa notte, la più chiara di tutte le notti, siamo convocati non per assistere a una rievocazione storica, ma per partecipare a un’esplosione di vita. Attraverso la proclamazione delle letture bibliche, abbiamo ascoltato la lunga narrazione della Storia della Salvezza: un filo d’oro che parte dal buio del caos primordiale e giunge fino alla tomba vuota, che non è un luogo di assenza, ma la culla di una speranza nuova.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). Eppure, sappiamo quanto il male cerchi quotidianamente di sfregiare questa bontà. Ma stasera, con la Risurrezione di Cristo, Dio pronuncia un nuovo “Sia la luce“. La Pasqua è la “manutenzione straordinaria” del mondo: Dio non ci abbandona alle nostre macerie, ma ricostruisce l’uomo a partire dal cuore.
Con la proclamazione della terza lettura, abbiamo sostato anche noi sulle rive del Mar Rosso con Mosè. Israele aveva il mare davanti e l’esercito del faraone alle spalle. Sembrava la fine. Invece, l’Esodo ci insegna che Dio non elimina sempre l’ostacolo, ma apre una strada dentro l’impossibile. Vedete, fratelli, la Grazia di questa notte non è una “bacchetta magica” che dissolve i problemi della vita come per incanto. Il Mar Rosso non è evaporato: è rimasto lì, profondo e minaccioso, ma si è spaccato. Dio non ci promette una vita senza mare, ma una vita con un passaggio. Questo significa che la guerra, la crisi economica, la malattia che bussa alla porta, o quel senso di fallimento che a volte ci soffoca, non sono più vicoli ciechi. Sono luoghi di transito.
Questo è un messaggio per la nostra città, per le nostre famiglie: non c’è muro, non c’è crisi, non c’è peccato che la Grazia di questa notte non possa attraversare. Perché la Pasqua è la “manutenzione straordinaria” del mondo: Dio non si limita a verniciare le nostre crepe, ma ricostruisce l’uomo a partire dal cuore, proprio lì dove l’impossibile sembrava aver vinto.
La nostra gioia stasera ha due nomi concreti: Azzurra Rita e Alessandro. Azzurra Rita, tu sei il germoglio. Ricevendo il Battesimo, diventi parte del corpo mistico di Cristo. La tua vita, ancora così fragile, è già avvolta dall’eternità. Sei il segno che Dio continua a scommettere sul mondo, che la vita è un dono che si rinnova. Alessandro, il tuo percorso è giunto a un momento decisivo. San Paolo ci ha appena ricordato nell’Epistola che “per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte per camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Per te, l’Iniziazione Cristiana è il fondamento della tua vocazione. Tra qualche mese, con il matrimonio, formerai una famiglia: fondala sulla roccia di questa notte. Amare come Cristo ha amato significa essere pronti a dare la vita, sapendo che l’amore autentico non muore mai.
Soffermiamoci su quella corsa delle donne nel Vangelo di Matteo. È una corsa paradossale: scappano dal sepolcro con ‘timore e gioia grande’. Hanno capito che la morte non ha potuto trattenere l’Autore della Vita. L’angelo non dice solo che Gesù è risorto, ma dice una frase che deve risuonare tra le navate di questa nostra Cattedrale: ‘Non è qui’. Quante volte, cari fratelli e sorelle, cerchiamo Cristo dove non può essere? Lo cerchiamo nei nostri rimpianti, in un passato che non torna; lo cerchiamo in una fede fatta solo di tradizioni stanche o di carte d’archivio; lo cerchiamo tra le “cose morte” del nostro egoismo. Ma l’annuncio pasquale è un annuncio di presenza dinamica. Cristo non è un personaggio storico da ammirare su un piedistallo; è il Risorto che “precede in Galilea”. E la nostra Galilea oggi è Andria. Sono le nostre periferie, le nostre case, i luoghi dove la vita ferve e dove, a volte, geme.
Egli cammina nelle nostre strade. Non è un forestiero, ma il compagno di viaggio che si accosta a chi ha perso la speranza. Egli soffre nei nostri ammalati: la Pasqua non cancella il dolore, ma lo abita; in ogni corsia d’ospedale, in ogni casa dove un anziano vive la solitudine, lì c’è il Cristo che trasforma l’agonia in attesa di aurora. Egli spera nei nostri giovani: e qui il mio pensiero va ad Alessandro. Caro Alessandro, la tua decisione di ricevere i sacramenti oggi dice alla nostra città di Andria e alla tua città di Fiesole che Cristo non è “roba d’altri tempi”. Egli è il Dio del futuro, colui che dà senso ai tuoi progetti e al tuo amore.
Portare Cristo fuori dalle porte della Cattedrale significa allora questo: non portare un’idea, ma uno stile di vita. Significa mostrare, con i nostri gesti di carità e di giustizia, che la pietra del sepolcro è stata ribaltata una volta per sempre. Non siamo i custodi di una tomba, siamo i testimoni di una Presenza, del Risorto.
Fratelli e sorelle, lasciamo che l’acqua del fonte, che tra poco benediremo, rinfreschi la nostra fede stanca. Mirko e Alessandro ci ricordano che essere cristiani non è un’abitudine, ma una nascita continua.
Usciamo da questa veglia con il sorriso della Risurrezione. Portiamo nelle nostre case non solo la luce della candela, ma il fuoco di una certezza: la pietra è stata ribaltata, la morte è vinta, la Vita ha l’ultima parola.
Alleluia! Auguri di una Santa Pasqua a tutti voi!






