Omelia Pasqua di Risurrezione

05-04-2026

«In principio Dio creò il cielo e la terra… e le tenebre ricoprivano l’abisso» (Gen 1,1-2).

Carissimi,
queste parole poche ore fa sono state proclamate nella notte, nel cuore della Veglia pasquale che abbiamo celebrato nelle nostre chiese. C’è un filo invisibile che lega quel primo istante del mondo al cero pasquale che brilla qui, tra noi, accanto al luogo della Parola. Se nella prima lettura della Veglia abbiamo contemplato lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque per trarre l’ordine dal caos, oggi contempliamo quello stesso Spirito che alita sul corpo di Gesù per trarre la Vita dalla morte. La liturgia di oggi non ci racconta solo una storia: ci immerge in un’esplosione. Se nella Genesi Dio accese il sole per dissipare il buio del cosmo, nel mattino di Pasqua Dio ha acceso la Vita per annientare il buio della morte. La “luce” che fu creata in principio trova finalmente il suo pieno compimento nel volto del Signore Risorto.
Questa non è una domenica qualunque: è il Giorno Ottavo, l’inizio di una storia nuova. Qui, in questo spazio sacro, la liturgia diventa il “laboratorio” della risurrezione. Non siamo spettatori di un rito, ma naufraghi che son passati attraverso il mare della paura per approdare alla libertà dei figli di Dio.
Cristo non è “ritornato” tra noi per riprendere il respiro di prima; Egli è il Risorto che ha scardinato le leggi della finitudine. La pietra che oggi vediamo rotolata via non è solo un dettaglio evangelico, è il segno liturgico che l’impossibile di Dio ha invaso la nostra impotenza. È una breccia nell’eternità che questa celebrazione spalanca davanti ai nostri occhi e che nessuno potrà mai più chiudere.
Il Vangelo di Giovanni proclamato in questo giorno solenne, si apre con un’immagine di rara potenza: Maria di Magdala che corre «mentre era ancora buio». Questo buio non è solo l’assenza di luce solare; è il buio che sentiamo oggi, in questo 2026, tra le incertezze del mondo e le fatiche delle nostre comunità. Ma la Pasqua ci insegna una cosa fondamentale: non occorre che il buio sia passato per mettersi in cammino. Maria non aspetta l’alba per cercare il Signore; la sua ricerca è ciò che fa nascere l’alba.
Spesso noi diciamo: “tornerò in parrocchia quando le cose andranno meglio”, oppure: “pregherò quando sarò meno preoccupato”. La Pasqua ci dice l’opposto: è proprio nel buio della crisi e della solitudine che dobbiamo correre verso il Sepolcro. La pietra “tolta” che Maria vede non è la fine di un problema, ma l’inizio di una possibilità. La nostra Chiesa non è chiamata ad aspettare che il mondo cambi, ma a correre nel buio per annunciare che la morte non ha l’ultima parola.
Nella prima lettura, Pietro parla con una franchezza nuova. Dice una frase che scuote la nostra rassegnazione: «Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione». Pietro non sta raccontando un’idea filosofica o un vago sentimento spirituale; sta parlando di un’esperienza fisica, quotidiana, conviviale.
Qui sta il cuore della nostra missione oggi. Essere cristiani nel 2026 non significa difendere un’ideologia, ma testimoniare un Incontro. Come Pietro, siamo chiamati a dire al mondo: “Io ho incontrato il Risorto”. E dove lo abbiamo incontrato? Nel pane spezzato, nel perdono ricevuto, nel volto del fratello che abbiamo soccorso. La nostra credibilità pastorale non dipende dai grandi numeri, ma dalla forza di questa testimonianza: mostrare che il Risorto “mangia e beve” ancora con noi nelle nostre fatiche quotidiane.
San Paolo ci rivolge un invito che può sembrare strano: «Cercate le cose di lassù». Non è un invito a disinteressarsi della terra, anzi. “Lassù”, dove siede Cristo, è il luogo della giustizia, della pace, della dignità dell’uomo.
Cercare le cose di lassù significa portare lo stile di Dio quaggiù. Significa non rassegnarsi alle logiche del profitto che schiaccia o all’odio che divide. Se siamo risorti con Cristo, non possiamo più vivere a la testa bassa, ma nella fierezza del nostro Signore risorto. La Pasqua ci regala uno sguardo nuovo: vedere la speranza dove gli altri vedono solo macerie. È questa la creatività che chiedo alla Chiesa di Andria: non guardate la terra con pessimismo, ma guardatela con gli occhi di chi sa che il Cielo l’ha già abitata.
Infine, il Vangelo ci mostra Pietro e Giovanni che corrono insieme. Giovanni è più veloce, Pietro più lento, ma arrivano entrambi. È l’immagine delle nostre comunità: c’è chi ha il passo svelto dell’entusiasmo e chi ha il passo pesante della prova. Ma la Pasqua è un evento comunitario. Nessuno si salva da solo, nessuno risorge da solo.
Usciamo, pertanto, da questa celebrazione con una certezza: il Signore non è rinchiuso nei nostri schemi o nelle nostre paure. Egli è “fuori”, ci precede, cammina sulle nostre strade. Come vi ho scritto nel mio messaggio pasquale inviato alla comunità diocesana, Egli è il Dio delle sorprese. Non abbiate paura del vuoto del sepolcro: quel vuoto è lo spazio che Dio ha lasciato perché noi lo riempissimo con la nostra carità, con la nostra presenza e con la nostra gioia.
E allora, Chiesa di Andria: Destati! Scuoti di dosso la polvere della rassegnazione! Se “in principio” Dio ha separato la luce dalle tenebre, oggi ha separato per sempre la speranza dalla disperazione!
Oggi la morte ha perso il suo pungiglione, oggi il sepolcro è diventato la culla di un’umanità nuova. Non cercate tra i morti Colui che è Vivo! Portate questo annuncio nelle vostre case, tra i malati, tra chi ha il cuore a pezzi: il buio è stato vinto, la Luce è esplosa e nulla sarà più come prima!

Cristo è risorto! Sì, è veramente risorto! A Lui la gloria, l’onore e la vittoria per i secoli dei secoli! Alleluia!

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti voi!