OMELIA
in occasione della riapertura al culto della chiesa parrocchiale
San Francesco e Biagio
Canosa di Puglia, 14 maggio 2026
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Carissimi fratelli e sorelle,
Dopo trenta mesi di attesa, torniamo a varcare la soglia di questa casa. Due anni e mezzo in cui questa comunità ha vissuto il sacrificio del “cantiere”, ma oggi quel sacrificio si trasforma in festa. Vedere questa chiesa rinnovata, i suoi impianti adeguati e le pareti restituite al decoro, non è solo un’operazione di ingegneria o di estetica: è il segno visibile di una comunità che cura le proprie radici per dare frutto nel futuro.
La gioia di rientrare in questa chiesa parrocchiale di San Francesco e Biagio si è espressa poco fa in un gesto altamente simbolico: la benedizione del nuovo ambone. Non abbiamo inaugurato un semplice elemento d’arredo, ma il luogo santo dal quale Dio parla al suo popolo. Se le pareti rinnovate e la nuova tinteggiatura accolgono il nostro sguardo, questo ambone deve scuotere il nostro ascolto. È da qui che la Parola si fa vicina.
La pagina degli Atti che abbiamo ascoltato ci riporta a un momento delicatissimo per la Chiesa nascente. C’è un vuoto nel numero dei Dodici, una ferita aperta dal tradimento di Giuda. Ma la Chiesa non sceglie un sostituto basandosi su doti umane o capacità manageriali. Il criterio è chiaro: deve essere uno che è stato con Gesù “per tutto il tempo”, dal battesimo di Giovanni fino all’Ascensione.
San Mattia ci insegna che l’essere Apostoli non è un titolo, ma una condivisione di vita. Egli è colui che ha saputo restare, che ha camminato con il Maestro nel silenzio e nell’ombra, senza cercare i primi posti. La sua elezione ci dice che Dio non cerca protagonisti, ma testimoni della Risurrezione. Mattia non viene scelto per “fare” qualcosa, ma per “essere”, insieme agli altri undici, il segno che Cristo è vivo. Oggi, riaprendo questa chiesa, noi chiediamo la stessa grazia: non di abitare semplicemente un luogo, ma di essere noi stessi testimoni credibili di quella storia che è iniziata con il Battesimo e continua oggi.
Il brano del Vangelo di Giovanni ci introduce nel clima dell’Ultima Cena, nel “cuore” del Maestro. Gesù usa un verbo fondamentale: “Rimanere”. Non è un invito alla staticità, ma alla stabilità affettiva. “Rimanete nel mio amore”. Siamo passati dalla logica della “servitù” a quella dell’amicizia. Lo schiavo non sa cosa fa il suo padrone, esegue ordini per dovere; l’amico, invece, condivide il segreto del cuore.
In questa chiesa rinnovata risiede un significato che va oltre le mura: questo spazio non è il tempio di sudditi timorosi, ma la casa degli amici di Dio. Ogni intervento tecnico — dall’efficienza degli impianti alla nuova luce dei colori — non è un fine, ma un mezzo per custodire il nostro ‘rimanere’ in Lui. Non varchiamo questa soglia per assolvere a un rito, ma per nutrire quell’intimità con Cristo che trasforma il nostro modo di amarci. Così, il comandamento dell’amore smette di essere un dovere e diventa il naturale riflesso della gioia di sapersi scelti e amati in assoluta gratuità dal buon Dio.
Nessun restauro nasce dal nulla; esso è il frutto di una visione condivisa. Esprimo la gratitudine della Diocesi alla CEI, poiché attraverso i fondi dell’8xmille abbiamo potuto sostenere gran parte di questo impegno economico. Questo strumento ci ricorda che la Chiesa vive della partecipazione di tutti: l’8xmille non è una risorsa astratta, ma un atto di amore che ritorna alle comunità, permettendo alla nostra fede di abitare luoghi degni, accoglienti e sicuri. Il mio grazie va all’Equipe dei progettisti e ai direttori dei lavori, per la competenza e la passione tecnica. Si estende poi all’Impresa esecutrice e a tutte le maestranze: le vostre mani hanno tradotto in realtà i progetti, lavorando con fatica e precisione.
Un pensiero di profonda gratitudine va, in modo particolare, al vostro Parroco, Don Carmine Catalano. Grazie, Don Carmine, per la costanza, la pazienza e la cura paterna con cui hai seguito ogni fase di questi lavori, facendoti carico delle fatiche che un cantiere comporta. Insieme a lui, desidero ringraziare tutti i suoi collaboratori, dal più piccolo al più grande: il vostro impegno profuso, spesso silenzioso ma essenziale, è la dimostrazione che questa parrocchia è una famiglia viva. Ognuno di voi ha messo un mattoncino di amore in questa ricostruzione.
Un pensiero riconoscente va anche alle Confraternite in amministrazione diocesana di Canosa e ai tanti benefattori: il vostro sostegno generoso e discreto è la prova del legame indissolubile tra questa città e le sue tradizioni di fede.
Infine un pensiero grato lo rivolgo a S.E.R. Mons. Domenico Basile, Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, per aver seguito la pratica di restauro della Chiesa presso gli uffici della Conferenza Episcopale Italiana, nella sua qualità di Direttore dell’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto.
Concludendo, carissimi, ricordiamoci che se le pietre di questa chiesa ora splendono, è perché devono fare da cornice alle “pietre vive” che siete voi. San Francesco e San Biagio, titolari di questa parrocchia, ci insegnano l’umiltà e la cura per la vita.
Riapriamo queste porte. Torniamo a celebrare. Ma soprattutto, usciamo da qui con la stessa missione di Mattia: annunciare a tutti che la bellezza di Dio non tramonta e che la Sua casa è sempre aperta per ogni uomo.
Amen.






