Omelia del Vescovo Mansi per l’ultimo saluto al Sergente Laura Procacci

OMELIA

Messa esequiale della Sergente Laura Procacci

tragicamente morta il 29 ottobre 2026

Andria, Basilica S. Maria dei Miracoli, 4 novembre 2026

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Letture:

Giobbe 19,1.23-27 a

Luca 12,35-40

Cari genitori e familiari di Laura, autorità civili e militari, e voi tutti, fedeli ed amici delle comunità della città di Andria e della frazione di Montegrosso, radunati oggi dal doloroso bisogno di porgere il saluto ad un’anima bella e buona, qual era quella di Laura e di testimoniare affettuosa vicinanza e solidarietà ai suoi cari.

 

Ci ritroviamo qui, con il cuore spezzato e smarrito davanti a una tragedia che sconcerta la nostra mente e raggela la nostra anima. Come si può commentare una vita interrotta a soli 32 anni? Come si può accettare la morte improvvisa di una giovane donna che aveva davanti a sé l’orizzonte luminoso dei sogni, degli studi in Medicina, degli affetti, del servizio agli ultimi?

Nelle ore del dolore profondo e dell’incredulità, la tentazione del silenzio o della disperazione è forte. Eppure, proprio in questo buio, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato viene incontro al nostro smarrimento come una lampada nella notte, guidandoci a trovare parole che non siano solo di cordoglio, ma di autentica speranza cristiana.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il grido imponente di Giobbe. Un uomo provato da lutti, sofferenze e ingiustizie apparentemente incomprensibili. Giobbe non nasconde il suo dolore, ma proprio nel momento in cui tutto sembra perduto, pronuncia una delle professioni di fede più alte e commoventi della Scrittura: «Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno».

Oggi, insieme ai genitori e ai cari congiunti di Laura, noi facciamo nostro il grido di Giobbe. Non neghiamo la ferita e le lacrime. Ma affermiamo con forza la certezza che la morte non ha l’ultima parola. Laura non è finita nel nulla di uno schianto nei cieli della Bosnia. Laura è nelle mani di Dio, quel Redentore vivo che l’ha accolta tra le Sue braccia al di là del velo del tempo. La promessa della Risurrezione è l’unica roccia su cui possiamo fondare la nostra consolazione in quest’ora di tenebra.

Nel Vangelo, Gesù ci invita ad avere «i fianchi cinti e le lampade accese», come chi attende il ritorno del Signore. La figura del servo vigilante e pronto descrive in modo sorprendente l’esistenza che Laura ha scelto di vivere.

Laura non ha sprecato la sua giovinezza nell’egoismo o nell’indifferenza. La sua è stata una vita intrisa di volontariato, di premura costante verso il prossimo, di disponibilità a servire. Dagli anni trascorsi a Canosa con la Misericordia, fino alla scelta coraggiosa e consapevole di arruolarsi nel Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana – tra le prime donne a prestare giuramento come sottufficiale -, Laura ha mantenuto la sua lampata accesa attraverso l’amore concreto per gli altri.

Partire per la sua prima missione internazionale nell’operazione Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina significava per lei mettere le proprie competenze mediche, il suo entusiasmo e la sua generosità al servizio degli ultimi e della ricostruzione di un territorio ferito. Quando la morte è arrivata- in un’ora imprevista e tragica -, ha trovato Laura con la veste del servizio stretta ai fianchi e la lampada della carità accesa. E la promessa del Vangelo è chiara e consolante: il Padrone stesso si stringerà le vesti ai fianchi, la farà mettere a tavola e passerà Lui a servirla nella pace del suo Regno.

Il sacrificio di Laura, accanto a quello dei sergenti Simone Ruggia e Claudio Marchesi e del tenente Franco Adriano Zecchillo, ci ricorda con forza quanto sia prezioso e fragile il bene della pace. In un mondo segnato da conflitti, il lavoro silenzioso di chi indossa un’uniforme per recare soccorso, curare le ferite e portare stabilità è un pilastro fondamentale dell’umanità.

La pace non è mai una conquista scontata o acquisita una volta per sempre; è un cantiere aperto che richiede dedizione, spirito di abnegazione e talvolta il dono della vita stessa. L’eredità che Laura lascia a noi, alla nostra città di Andria, ai giovani della nostra terra, è un invito a non voltarci dall’altra parte di fronte al bisogno altrui, ma a diventare noi stessi costruttori di pace, di solidarietà e di fraternità nel nostro quotidiano.

A voi, familiari di Laura, che provate l’incommensurabile dolore di un distacco così violento e prematuro: la Chiesa di Andria vi si stringe intorno con l’abbraccio della fede e della preghiera. Non siete soli. L’affetto di una comunità intera vi sostiene e si fa carico delle vostre lacrime.

Alla nostra comunità cittadina e alla frazione di Montegrosso, dove Laura è cresciuta custodendo i valori sani della nostra terra, chiedo di custodire viva la sua memoria. Non ricordiamola solo con il pianto, ma facendo fiorire nelle nostre vite quel seme di bontà, positività e generosità che lei ha piantato nei cieli e sulla terra con il suo esempio.

In questa Basilica mariana, invochiamo con fiducia Maria, Madre della consolazione. A Lei affidiamo l’anima della nostra sorella Laura e l’intenzione di una rapida guarigione per i feriti dell’incidente.

Laura, figlia di questa terra e servitrice della pace, riposa nella luce del tuo Redentore.

Amen.