Omelia
XIV Domenica del tempo ordinario
10°Anniversario del disastro ferroviario del 12 luglio 2016
Andria, Chiesa Cattedrale, 18 luglio 2026
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Carissimi fratelli e sorelle,
E in modo tutto speciale e filiale, voi, carissime famiglie che dieci anni fa, in quel terribile martedì 12 luglio, avete visto strappare via i vostri affetti più cari.
Vi porto nel cuore. Vi ho portati con me, in questi giorni, ai piedi della Grotta di Massabielle a Lourdes, dove ho deposto davanti alla Vergine Santa ogni vostra lacrima, ogni vostro sospiro di questi dieci anni, e quel vuoto incolmabile che ancora abita le vostre case e la nostra terra. Oggi, qui in Cattedrale, quel pellegrinaggio di fede si fa abbraccio liturgico, memoria viva, cammino condiviso. Non siamo qui solo per un doveroso ricordo civile, ma per cercare insieme, nella Parola di Dio, una luce che rischiari il buio del dolore.
La pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato sembra prolungare l’eco della parabola del seminatore. Oggi Gesù attira la nostra attenzione sulla diversa qualità del seme che cresce nel campo: c’è il grano buono e c’è la zizzania. Il bene e il male.
La prima verità, scomoda ma autentica, che questa Parola ci consegna è che il buon seme e l’erba cattiva non sono realtà lontane da noi: sono radicati nello stesso campo, che è il mondo, e nel cuore di ciascuno di noi. Lì si consuma una lotta quotidiana e silenziosa.
Di fronte alla zizzania, la prima reazione dei servi è immediata, istintiva: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». È il desiderio, umanamente comprensibile, di estirpare subito il male, di ripulire il campo, di fare giustizia immediata per proteggere il grano buono.
Anche noi, di fronte all’ingiustizia e all’assurdità di ciò che è accaduto dieci anni fa su quel tratto di ferrovia tra Andria e Corato, avvertiamo lo strappo interiore, la rabbia, il rifiuto. Quella ferita resta e rimarrà una sconfitta intollerabile per la nostra società. La sete di verità e di giustizia è sacrosanta, e non può essere anestetizzata.
Ma Gesù oggi ci invita a uno sguardo più profondo e sapiente, che supera l’impulso del momento: «No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano».
La pedagogia di Dio non segue le nostre frettolose scorciatoie. Se il Signore applicasse con noi il metodo del “tutto e subito”, chi di noi potrebbe salvarsi? Dio non cerca in noi l’assenza assoluta di difetti, ma guarda alla promessa di bene, a quella “profezia di pane” che sono le spighe ancora verdi. Egli è il Seminatore paziente, che non ha fretta di pronunciare un giudizio sommario sulle nostre fragilità, ma attende con misericordia infinita che il bene giunga a maturazione.
Noi non siamo definiti dai nostri errori o dalle nostre cadute; non siamo fatti a immagine del Nemico e della sua notte, ma a somiglianza del Padre e del Suo pane buono.
Tuttavia, carissimi, questa pazienza di Dio non è tolleranza del male, né rassegnazione. Non è un invito a chiudere gli occhi. Se dobbiamo imparare a convivere con la presenza della zizzania dentro e fuori di noi, dobbiamo anche chiederci: come possiamo impedire che essa soffochi il grano buono?
La risposta della fede si fa qui impegno civile e monito morale. Chiunque esercita un ruolo, chiunque assume responsabilità pubbliche, professionali o sociali, è chiamato oggi a un serio esame di coscienza. Le tragedie come quella che ricordiamo non sono fatalità del destino. Spesso sono il frutto maturo di piccole, quotidiane omissioni, di zizzanie invisibili come la superficialità, l’indifferenza, la ricerca del massimo profitto a scapito della sicurezza, o la dimenticanza del valore sacro di ogni singola vita umana.
La seconda parabola che il Vangelo ci propone, quella del granello di senape, ci ricorda che il Regno di Dio cresce attraverso piccoli gesti quotidiani, non attraverso clamori o visibilità. Oggi siamo troppo spesso sedotti dalla logica dell’apparire, dalla “cultura del selfie”, dall’esibizione di grandi opere che servono solo a nutrire l’orgoglio.
Il Vangelo ci richiama invece alla straordinaria bellezza del dovere quotidiano compiuto con fedeltà, rettitudine e silenziosa coscienza. Se ognuno di noi – nel proprio lavoro, nelle istituzioni, nelle professioni – vivesse questa fedeltà quotidiana al bene, non ci sarebbe spazio per l’incuria che genera morte. La sicurezza, il rispetto delle regole e la custodia dell’altro sono il buon grano che dobbiamo coltivare.
Infine, la terza parabola, quella del lievito nascosto nella farina, ci dice come dobbiamo operare: non con la pretesa di fare rumore, ma con la forza trasformatrice della carità e della vicinanza.
Il bene è più forte del male, la luce vince la notte. Una sola spiga di buon grano vale più di tutto un campo di zizzania. Questa certezza deve diventare oggi il nostro lievito.
Chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria che ho invocato per voi a Lourdes, di trasformare questa nostra memoria dolorosa in un cammino di risurrezione. Chiediamo il dono della consolazione per voi, care famiglie, perché nei vostri cuori, provati da dieci anni di assenza, possa scendere la carezza dello Spirito Santo. Chiediamo per la nostra città di Andria e per l’intera nostra comunità civile il coraggio della responsabilità, affinché non si abbassi mai la guardia e si operi sempre con rettitudine e trasparenza.
Solo così il sacrificio di chi ci ha lasciati quel 12 luglio diventerà un seme fecondo di giustizia, di custodia della vita e di speranza per le generazioni future.
E ora, Signore Gesù, raccogliamo il dolore e l’attesa di questi dieci anni e li deponiamo nelle Tue mani:
Accogli nella Tua pace i nostri ventitré fratelli e sorelle, i cui sogni si sono interrotti su quei binari: dona loro la luce senza tramonto e la festa eterna del Tuo Regno.
Consola le loro famiglie con la forza dello Spirito Santo e con l’abbraccio fraterno della nostra comunità.
E a noi tutti dona una coscienza vigile e retta, perché la custodia della vita e il dovere quotidiano siano il nostro primo impegno, e mai più debbano ripetersi simili tragedie.
Amen.
+ Luigi Mansi
Vescovo






