Omelia Messa Crismale

01-04-2026

Carissimi confratelli nel presbiterio e nel diaconato,
consacrati e consacrate, giovani seminaristi,
fratelli e sorelle carissimi della nostra Chiesa di Andria,

Il profumo del Crisma che oggi si sprigiona in questa Cattedrale non è solo un segno liturgico: è il respiro della nostra missione. Siamo qui per rinnovare il mistero della nostra vocazione e per riscoprire che l’unzione che ci ha segnati è una grazia che chiede di diventare cammino, incontro e servizio.

In questa comunione di cuori, la nostra preghiera si estende oltre queste mura. Vogliamo raggiungere con l’affettuosa preghiera i confratelli che l’infermità tiene lontani da questa concelebrazione, ma che restano uniti a noi nel sacrificio di lode. Penso a S.E.R. Mons. Agostino Superbo, ricoverato a Minervino, e a Don Raffaele Biancolillo, che ormai vive da alcuni anni nella Casa del Clero di Canosa. Insieme a loro, poniamo sull’altare la sofferenza di Padre Mario Cuomo, dehoniano, che attraversa un tempo di prova per le sue gravi condizioni di salute: chiediamo per lui il balsamo della consolazione dello Spirito. La loro offerta silenziosa è un’unzione preziosa che feconda il cammino della nostra Chiesa diocesana. E ancora, il nostro pensiero si fa preghiera grata per don Peppino Lomuscio, che lo scorso 5 marzo il Signore ha chiamato a sé e proprio in questa Chiesa Cattedrale abbiamo salutato con la nostra affettuosa preghiera: la sua vita è stata un vaso di coccio che ha profumato di Vangelo il cuore di tanti: In lui salutiamo un testimone che ha saputo ‘consumarsi’ per amore.

E questa stessa testimonianza di amore, che si fa storia e fedeltà quotidiana, brilla oggi nei volti di alcuni nostri confratelli che in questo anno celebrano giubilei significativi. Vogliamo lodare il Signore per il 50° anniversario di Don Vincenzo Giannelli e di Don Sabino Lambo, che il prossimo 10 ottobre celebreranno cinquant’anni di vita spesa all’altare e tra la gente. Mezzo secolo di unzione che non si è seccata, ma ha continuato a profumare le nostre comunità. Accanto a loro, ricordiamo con gioia il 25° anniversario di Don Sabino Troia, che festeggeremo il prossimo 29 giugno: venticinque anni di cammino, di ascolto e di servizio. Cari Don Vincenzo, Don Sabino Lambo e Don Sabino Troia: il vostro “sì” che dura nel tempo è per tutti noi, specialmente per i più giovani, il segno che l’unzione di Cristo non è un’emozione passeggera, ma una roccia su cui costruire l’intera esistenza.

San Bernardo, commentando il passo del profeta Isaia, ripreso dal Vangelo di Luca appena proclamato, usa un’espressione folgorante: «Unxit ut ungeret».  É stato unto per ungere. Il Padre ha unto Gesù perché a sua volta Egli ungesse. Gesù non ha trattenuto per sé l’olio della gioia; Egli è venuto, come dice il Santo, «a ungere le nostre piaghe e lenire i nostri dolori». È stato unto perché fosse «mansueto, mite e ricco di misericordia».

Cari confratelli sacerdoti, guardiamoci le mani. In quel giorno benedetto della nostra Ordinazione, sono state impregnate di Crisma. Ma non dimentichiamolo mai: quelle mani non sono state unte per restare pulite o per tenere stretti i privilegi di un ruolo. Sono state unte per consumarsi nel tocco, per guarire le invisibili lacerazioni dell’anima e per benedire la fatica del vivere. L’unzione non + uno scudo per proteggerci dal mondo, ma per sanarlo.

In questa espressione: Fu unto per ungere, abita una dinamica vitale di consegna. Non si è unti per restare fermi, ma per trasmettere. Questa logica si farà carne e storia tra pochi giorni, in un evento che segna la fecondità del nostro presbiterio.

Il Crisma che tra poco consacreremo non resterà chiuso nelle nostre ampolle: l’11 aprile prossimo quel profumo avvolgerà il capo del nostro caro Don Mimmo Basile, eletto Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Cosa accadrà in quel momento? Non sarà solo un rito, ma il compimento di una promessa: l’olio che ha generato e nutrito il suo ministero qui, tra noi, ora trabocca per andare a fecondare un’altra terra. Tra qualche giorno sarò felice di imporre le mani e a versare quell’olio, e in quel gesto vedremo plasticamente l’unzione che non si esaurisce, ma “corre” dal cuore di questa Cattedrale alla vita di una nuova Chiesa sorella. È la prova che il dono ricevuto non ci appartiene: siamo canali, non serbatoi; siamo testimoni di un’unzione che genera altri pastori.

E poi, con questo olio profumato sarà unta la fronte di tanti nostri bambini, ragazzi e giovani che saranno confermati con il dono dello Spirito nel santo Battesimo e nella santa Cresima. E poi ancora, con il santo olio degli infermi saranno unti i nostri fratelli che vivono l’ora del dolore e della prova, ricevendo l’abbraccio consolatore del Padre.

Il Padre unge il Figlio non per isolarlo nella sua divinità, ma per offrirlo alla nostra umanità ferita. Se noi, suoi ministri, chiudiamo le nostre mani nel pugno dell’autorità o nella morsa della gestione burocratica, quell’olio si secca e il suo profumo svanisce e non si espande.

Perché l’unzione è per sua natura “nomade”: deve scendere, deve scorrere, deve diffondersi. Deve scendere dal nostro capo, attraversare il nostro cuore e, come dice il Salmo 133, scendere fino all’orlo delle nostre vesti, là dove la Chiesa tocca la strada, dove il popolo di Dio cammina, soffre e spera. Se l’unzione rimane chiusa nel vaso d’oro della nostra autoreferenzialità, essa smette di essere vita e diventa un’onorificenza sterile, un fregio che non salva nessuno, nemmeno noi stessi.

Ricordiamo sempre, cari Confratelli, che noi siamo “ministri per procura”. Non siamo cioè i proprietari dell’olio, ma i suoi servitori. Cristo vuole continuare a lenire le ferite del mondo attraverso di noi: Egli chiede in prestito la nostra voce per consolare, i nostri occhi per guardare con misericordia e, soprattutto, le nostre mani per accarezzare, ungere, per curare e per fasciare.

Quando un fratello viene a noi con il cuore spezzato dal peccato o dal dolore, non cerca un burocrate del sacro; trovi invece un uomo “imbrattato” di quello stesso Crisma di mitezza e mansuetudine che avvolgeva Gesù. Siamo stati unti per essere miti: la nostra forza non risiede nel rigore che esclude, ma nell’olio che accoglie, che penetra le durezze e ridona elasticità alla speranza. Solo così il nostro ministero sarà autentico: quando ogni persona che incontriamo potrà dire, sentendo il profumo della nostra carità: “Oggi l’unto del Signore è passato accanto a me”.

Questa dinamica del dono, carissimi confratelli, è scolpita nelle Scritture che abbiamo appena proclamato e che tracciano il metodo del nostro servizio.

Isaia ci ha ricordato che l’unzione ha una direzione precisa: i miseri, i cuori spezzati, gli schiavi. L’Apocalisse di san Giovanni ci ha ricordato che la nostra capacità di ungere non viene da uno sforzo titanico, ma dal sentirci noi stessi “amati e lavati nel sangue“. Solo chi si sente amato può ungere con instancabile tenerezza. Infine, il Vangelo di Luca ci consegna la fretta di Dio: l’Oggi. Quando Gesù arrotola il volume, ci dice che il tempo della teoria è finito: l’unzione deve diventare “carne” ora, in questo presente della nostra Chiesa di Andria.

All’inizio dell’anno pastorale vi ho consegnato la mia Lettera in cui indicavo tre verbi, pilastri del nostro edificio ecclesiale, ispirati dal modello della prima comunità cristiana degli Atti (2,42-47). In questo contesto, alla vigilia dei giorni della Pasqua, permettete che ve li ricordi ancora una volta:

Incontrare: i primi cristiani erano “perseveranti nella comunione”. L’incontro non è un accessorio, è il cuore. Dobbiamo fuggire il pericolo del “funzionalismo”: una pastorale che organizza attività ma dimentica le persone è un guscio vuoto. Perdonatemi se non mi stanco di esortarvi a coltivare relazioni autentiche, a passare da una pastorale delle attività a una pastorale del volto, a guardare le persone negli occhi.

Testimoniare: la testimonianza è la “letizia e semplicità di cuore” che attrae. Le nostre chiese si svuotano se non siamo più capaci di irradiare la gioia del Vangelo. Testimoniare significa coerenza tra l’altare e la strada, tra il pane spezzato nella liturgia e il tempo condiviso nelle case.

Servire: Il servizio liturgico e caritativo deve essere purificato da ogni pretesa di potere. Ricordiamo la bella e felice espressione del venerabile don Tonino Bello: i nostri paramenti più cari siano la stola e il grembiule. Quel grembiule che indosseremo domani sera per fare il rito della lavanda dei piedi, ma che poi non dobbiamo mai dismettere perché deve diventare lo stile di vita feriale, quotidiano. Servire significa lottare contro le disuguaglianze e stare accanto agli “invisibili” delle nostre città.

E ora mi rivolgo a voi, Diaconi: siate i custodi del servizio. La vostra presenza ci ricordi sempre che non c’è Eucaristia senza lavanda dei piedi.

A voi, Religiosi e Religiose: siate icone di profezia. In un mondo di egoismi, la vostra vita comune sia la prova che la comunione è possibile.

A voi, Seminaristi: il vostro cuore sia il “crogiuolo” dove l’unzione si prepara. Non cercate i titoli, i ruoli, cercate sempre, invece, l’intimità con il Maestro.

A voi, Fedeli laici: ricordo che siete i costruttori della comunità, quella di oggi e quella del futuro, a cominciare da voi, giovani delle nostre comunità! Non delegate la fede ai “professionisti del sacro“. Siate voi l’olio di letizia che profuma la famiglia, il lavoro, la strada e la vita sociale.

Ritorno a voi, carissimi fratelli presbiteri. Tra poco la liturgia ci chiederà di dare voce, ancora una volta, a quel “Sì” che ha cambiato la nostra vita. Ma non facciamolo come un atto dovuto, né come un rito stabilito o un’abitudine che si ripete. Facciamolo con l’umiltà di chi sa di portare un tesoro in vasi di creta. Siamo fragili, è vero. Sentiamo il peso dei giorni, la fatica di una pastorale che a volte sembra non portare i frutti sperati, la solitudine che talvolta bussa alla porta del cuore. Cadiamo, e cadiamo spesso per stanchezza, perché abbiamo speso tutto, perché abbiamo cercato di fasciare troppe ferite. Ma, miei confratelli, vi supplico, ve lo chiedo con cuore di fratello e di padre: che non ci accada mai di cadere per superficialità! La stanchezza del pastore è santa, è l’odore delle pecore che ci resta addosso; la superficialità, invece, è il veleno dell’unzione, è l’abitudine che spegne il fuoco, è il rito celebrato senza il brivido dell’incontro. Dio agisce sul serio con noi! Non ha scherzato quando ha posato le sue mani sulle nostre. Egli crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi.

Perciò. rinnovare le promesse oggi significa dire a Cristo: “Signore, le mie mani sono ancora qui, forse più stanche, forse meno giovani, ma ancora imbrattate del tuo olio e desiderose più che mai di ungere ancora”.

Chiediamo alla Vergine Maria, la donna dell’ascolto e la serva del Signore, di accompagnarci nel nostro cammino. Lei, che ha custodito l’Unto del Padre nel suo grembo, insegni a noi a custodirlo nelle nostre comunità per donarlo a tutti. Che la nostra amata Chiesa di Andria non sia un’istituzione che amministra il sacro, ma un’icona viva: dove incontrare non sia un’agenda, ma un abbraccio; dove testimoniare non sia un discorso, ma un volto radioso; dove servire non sia un’organizzazione, ma il piegare le ginocchia davanti al fratello.

Perciò, camminiamo insieme, lieti nella speranza, pronti a edificare una comunità che sia il profumo vivo di Cristo.

Fu unto per ungere. In Lui siamo stati unti, per poter ungere. Da Lui siamo stati amati, per poter amare.

Amen.