Carissimi,
Iniziamo stasera il Santo Triduo riprendendo una parola che abbiamo ascoltato dal brano del Vangelo di Giovanni che ci è stato proclamato: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Lo sento come un argine contro ogni nostra disperazione, un porto sicuro per le nostre barche spesso scosse dal dubbio:
Nel linguaggio del Vangelo, questo termine non indica semplicemente un limite cronologico, come se Gesù avesse amato “finché ha avuto tempo” o “fino all’ultimo minuto della sua vita”. No, questo “fine” — in greco eis télos — ci parla di una misura estrema, del colmo della Sua capacità di darsi. Indica la perfezione di un amore che non trattiene nulla per sé, che non ha più “riserve” perché ha dato tutto.
È il vertice, la vetta oltre la quale non esiste più spazio per nient’altro se non per Dio stesso che si consegna alle nostre mani.
San Paolo ci ha appena riconsegnato il cuore della nostra fede: «Questo è il mio corpo… fate questo in memoria di me». Lo ascoltiamo ogni domenica nella messa all’altare. Ma l’evangelista Giovanni, che pure non racconta l’istituzione dell’Eucaristia, ci sposta lo sguardo dall’altare al pavimento: non ci mostra il pane, ma il catino.
Dobbiamo dircelo con forza: per Gesù l’Eucaristia non è solo un rito da celebrare, ma una vita da lavare. Il Pane che viene spezzato sulla mensa trova il suo specchio fedele, la sua traduzione concreta, nel Corpo di Cristo che si piega fino a sfiorare la polvere dei piedi dei discepoli, dei nostri piedi.
Qui, carissimi fratelli e sorelle, sta il cuore del nostro ministero. Come Vescovo e come sacerdoti, sentiamo che queste due azioni sono inseparabili: non avremmo il diritto di spezzare il Pane sull’altare se non fossimo disposti, un istante dopo, a “cingerci il grembiule”. L’ostia bianca che eleviamo deve riflettersi nel servizio bianco e silenzioso verso le povertà della nostra Andria, verso i piedi stanchi di chi fatica a sperare, verso le piaghe nascoste delle nostre famiglie. L’Eucaristia di stasera ci chiama a passare dalla devozione della mensa alla passione per l’uomo.
Il Libro dell’Esodo ci ha riportato alle origini, parlandoci di quel sangue dell’agnello che, segnato sugli stipiti delle porte, protesse i padri dal passaggio dell’angelo sterminatore. Ma quell’antico rito di liberazione, che segnava il confine tra la schiavitù e la terra promessa, trova stasera il suo compimento definitivo: l’Agnello è ora Cristo stesso, e la sua Carne e il suo Sangue diventano il cibo del nostro passaggio.
Tuttavia, la liberazione che Cristo opera è ancora più profonda: Egli non viene a spezzare le catene di un faraone esterno, né a risolvere con un prodigio i nostri affanni materiali. Egli viene a liberarci dalla schiavitù più sottile e feroce: quella del nostro egoismo, di quel “me stesso” che troppo spesso diventa l’unico centro del mondo. Il sangue di Cristo non segna più le nostre porte, ma segna il nostro cuore, rendendolo capace di uscire da sé per andare verso l’altro.
In questa cena, Gesù compie un gesto che ribalta ogni logica umana di potere. Lavare i piedi era un compito dei servi, per cui per Gesù lavare i piedi ai discepoli significa ricevere da lui questa consegna: accogliere l’altro nella sua stanchezza, entrare in contatto con la parte più “umile” e talvolta polverosa del suo cammino. Quante volte il cuore dei nostri fratelli è affaticato dal peso del peccato, della solitudine o della precarietà sociale?
Lavare i piedi significa dire: “la tua fatica mi appartiene”. Gesù ci insegna oggi che l’autorità nella Chiesa è solo e sempre servizio. Non esiste onore, non esiste grado o ruolo che abbia senso se non si traduce nella cura del fratello. Il Vescovo, i sacerdoti, i laici impegnati: siamo tutti chiamati a riscoprire che la nostra vera grandezza sta nel saperci abbassare, perché solo chi si china con amore può aiutare qualcuno a rialzarsi.
Preghiamo stasera affinché, nutrendoci di Lui, possiamo imparare la grammatica del dono. Chi mangia di questo Pane, non può che vivere “per” gli altri.
Preghiera dei Fedeli
Giovedì Santo – Messa nella Cena del Signore
Vescovo: Fratelli e sorelle, in questa notte santa in cui Cristo si consegna per amore “sino alla fine”, rivolgiamo al Padre la nostra preghiera. Consapevoli che il Pane spezzato sulla mensa ci chiama a farci servi gli uni degli altri:
Diciamo insieme: Ascoltaci, o Signore.
- Per il nostro Papa Francesco, per il nostro Vescovo Luigi e per tutti i sacerdoti. Perché non dimentichino mai che l’autorità è solo servizio e che la vera grandezza sta nel saper cingere il grembiule, rendendo la propria vita un’eucaristia quotidiana spesa per il gregge.
- Perché la celebrazione di questa sera non resti un rito chiuso tra le mura della Cattedrale, ma diventi passione per l’uomo. Il Signore ci aiuti a riconoscere il Suo Volto nei piedi stanchi di chi fatica a sperare e nelle ferite di chi vive ai margini della nostra città.
- Per le famiglie della nostra diocesi che attraversano il deserto della prova, e per chi vive nel silenzio della solitudine. Perché l’amore di Cristo, che non ha riserve, guarisca le piaghe nascoste e trasformi le nostre case in luoghi di accoglienza e di perdono.
- Perché il Sangue dell’Agnello, segnato non sulle porte ma nei nostri cuori, ci liberi dalla schiavitù del “me stesso”. Impariamo la grammatica del dono, passando dalla devozione della mensa alla cura concreta verso il fratello che ci sta accanto.
- Per i malati, i poveri e i precari del lavoro. Perché sentano che la loro fatica ci appartiene e trovino in noi mani disposte a lavare le loro piaghe e cuori pronti a condividere il peso del loro cammino.
Vescovo: O Padre, che nel Figlio tuo piegato ai piedi dei discepoli ci hai mostrato la misura estrema del Tuo amore, accogli le nostre invocazioni. Donaci di vivere ciò che celebriamo, affinché diventiamo nel mondo specchio fedele di Cristo, Pane spezzato per la vita del mondo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.






