Carissimi,
Ieri sera eravamo avvolti dal calore del Cenacolo e dal profumo del pane. Oggi siamo qui, nel silenzio nudo di questa nostra Cattedrale, spogliata di ogni ornamento, di fronte all’albero della Croce. Ieri abbiamo visto Gesù cingersi il grembiule; oggi lo vediamo stendere le braccia sul legno.
È l’unico, immenso movimento di un Dio che non smette di abbassarsi per raggiungerci.
Il profeta Isaia ci ha presentato il volto del “Servo sofferente”: un uomo senza apparenza, dinanzi al quale ci si copre la faccia, perché non ha nulla per attirare i nostri aguardi. In quel volto sfigurato, noi oggi riconosciamo i volti di tanti nostri fratelli di Andria che vivono il venerdì santo della vita: chi ha perso il lavoro, chi lotta contro una malattia incurabile, chi porta il peso di una solitudine che toglie il respiro. Gesù sulla croce non “spiega” il dolore, non ci offre una teoria sulla sofferenza. Egli fa di più: lo abita. Diventa il compagno di strada di ogni disperato. Quel sangue che ieri segnava idealmente le nostre porte, oggi sgorga dal costato per dirci che Dio non è lontano, ma è confitto lì, dove noi soffriamo.
La Lettera agli Ebrei ci ha rassicurati: non abbiamo un Dio distante, ma un sommo sacerdote che sa “compatire”. Ieri Egli ha lavato i nostri piedi; oggi, con la sua passione, lava le nostre anime. Egli ha imparato l’obbedienza “dalle cose che patì”. Sulla Croce, Egli trasforma il patire in offerta di sé. È questo il segreto del Venerdì Santo: il dolore non ha l’ultima parola se viene trasformato in un atto di amore. La Croce non è un patibolo di sconfitta, ma il trono della misericordia da cui Gesù continua a dirci: “Ti ho amato fin qui”.
Ed ecco il traguardo del cammino iniziato ieri. Gesù muore gridando: «È compiuto!». Non è il grido di chi si arrende, ma il grido dell’artista che ha ultimato il suo capolavoro. Cosa si è compiuto? Si è compiuta la promessa del Giovedì. L’amore che si era fatto “lavanda dei piedi” ora è diventato “consegna totale”. Quello che avevamo chiamato “amore fino alla fine” (eis télos) trova qui la sua pienezza (tetélestai). Non manca più nulla. Dio ha dato tutto ciò che poteva dare: se stesso. Il vaso è stato rotto e il profumo della salvezza ora riempie il mondo intero.
Carissimi, tra poco sosteremo in silenzio per l’adorazione della Croce. Non è un gesto di tradizione, ma un atto di gratitudine. Accostiamoci con la consapevolezza che quel legno non sostiene solo il corpo di Cristo, ma sostiene ogni nostra speranza. Tutto è compiuto: l’amore è arrivato ovunque, e da stasera nessuno può più dirsi abbandonato da Dio.






