Omelia XXV Domenica del Tempo Ordinario Festa Patronale Santa Maria dei Miracoli e San Riccardo

20-09-2026

OMELIA
XXV Domenica del Tempo Ordinario
Festa Patronale
Santa Maria dei Miracoli e San Riccardo
20 settembre 2026

Carissimi Confratelli nel presbiterato, distinte autorità civili e militari e soprattutto voi, sorelle e fratelli amati dal Signore, mia famiglia e mi gioia.
La nostra Chiesa di Andria si stringe in un unico grande abbraccio attorno ai suoi Santi Patroni: la nostra Madre dolcissima, la Vergine Santissima dei Miracoli, e il nostro padre, il Vescovo San Riccardo. E per la celebrazione di oggi La Chiesa ha preparato per noi delle pagine stupende della Parola di Dio.
Le parole che chiudono il Vangelo che oggi abbiamo ascoltato fanno parte ormai di quelle battute che noi ci diciamo talvolta per scherzare quando ci capita di arrivare per ultimi da qualche parte. E forse per questo ne abbiamo perso un po’ l’esatta comprensione. “Così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”. Ma, …che voleva dire Gesù con quest’affermazione che chiude la parabola? E per capire bene questa parabola giustamente la Chiesa ci ha fatti preparare con una bella pagina del profeta Isaia in cui ci viene ricordata una cosa importante (è il Signore che parla per bocca del profeta): “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie”, e caso mai qualcuno non ha ancora capito, insiste ancora: “Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie”. E allora, un primo pensiero che affido alla nostra riflessione parte proprio da qui. Dobbiamo stare tutti in guardia rispetto al pericolo di pensare che del vangelo sappiamo e abbiamo capito già tutto. Ci spetta solo celebrarlo e ascoltarlo quando veniamo a messa. E invece non è così. Siamo chiamati a comprenderlo sempre da capo, alla luce dell’oggi. A fare cammini continui di revisione, di conversione. E a viverli. Certo, sappiamo bene di essere un piccolo gregge, chiamato a rendere presente il Signore con una testimonianza viva, coraggiosa, gioiosa. E i nostri Santi Protettori in questo sono maestri e ci aiutano. Anche il Vescovo san Riccardo, nel XII secolo, si assunse l’impegnativo compito di ricristianizzare la città che era caduta in un neo-paganesimo dilagante. Qualcosa di simile siamo chiamati a fare noi, oggi, prendiamone coscienza! Celebrare la festa patronale vuol dire innanzitutto questo: riappropriarci delle nostre radici e celebrarle.
Ma, a pensarci bene, noi corriamo sempre un pericolo nella nostra vita di fede, cioè quello di parlare di Dio con le nostre categorie umane. È vero che Dio si è fatto uomo ma perché l’uomo diventasse Dio e invece noi vogliamo a tutti i costi umanizzare tanto Dio che alla fine il Vangelo diventa poco più di un libro di buona educazione, di galateo. E invece no! Qui c’è una conversione radicale da fare, c’è un capovolgimento completo del nostro modo di pensare e quindi anche poi di vivere. Allora, ecco la parabola di questo padrone che chiama operai a lavorare per la sua vigna. Chiama i primi all’inizio della giornata, fa il patto e alla fine questo patto viene rispettato. Poi però durante le varie ore del giorno si ripete la stessa scena, e tutti ricevono la stessa paga. Ecco, questo modo di procedere del padrone ci fa capire qual è il desiderio di Dio di fronte ad ogni persona. Dio chiama e chiama a tutte le ore e chiama tutti: può chiamare in gioventù, da bambini, da ragazzi.  Talvolta da adulti.
Ognuno di noi, dunque, si deve misurare con la chiamata di Dio quando questa chiamata arriva, senza rinviare. E a sua volta deve diventarne annunciatore convinto e convincente. E alla luce di quanto andiamo dicendo, perché non pensare che anche oggi, sì, oggi, qui, Dio stia parlando al cuore di ciascuno di noi e ci stia chiamando a conversione. Però la parabola evangelica ci ha ricordato che, se Dio chiama a tutte le ore, c’è di fatto un pericolo dal quale stare in guardia: che i primi chiamati, quando vedono arrivare gli altri, avvertano un po’ di insofferenza. Noi siamo quelli che guardano gli altri dall’alto in basso, le persone per bene, che giudichiamo, che ci facciamo maestri…Dobbiamo ammettere che noi a volte crediamo che il nostro rapporto con Dio sia un rapporto di tipo commerciale, un dare e un avere, un pagare e un ricevere quello che ci spetta. Non è così! I rapporti con Dio sono regolati non da una giustizia, direi, di carattere salariale… La grazia è un’altra cosa. Chi si può ingelosire? Chi osa essere invidioso dell’amore di Dio dato a tutti?
L’apostolo Paolo l’aveva capito benissimo quando gridava: “Per me il vivere è Cristo!” Paolo non viveva per difendere confini. Negli Atti degli Apostoli si dice che a Roma abitava in una “casa in affitto”. Non una fortezza, non una casa di proprietà da difendere, ma un luogo leggero, essenziale, con le porte sempre aperte per accogliere chiunque bussasse e raccontare la bellezza di Gesù. Ed è proprio questa immagine della casa “in affitto” che vorrei consegnare a tutti voi per l’inizio del nuovo anno pastorale che è alle porte.
Allora la parola di Dio di questa domenica, giorno della festa dei nostri Santi patroni, ci invita a riscoprire l’atteggiamento giusto con il quale noi ci dobbiamo sentire di fronte a Dio ed è l’atteggiamento di chi sa di non meritare niente, sa che tutto è dono, tutto è grazia. Occorre avere sempre un atteggiamento mai di pretesa o di presunzione, ma di umiltà e gratitudine. Nessuno si deve sentire autorizzato a farsi maestro degli altri. Maestro mai, ma testimone sì, testimone di un amore più grande! Sembra di sentire in questa l’eco di un’altra parabola: quella del figliol prodigo: il fratello maggiore che fu invidioso perché il padre accolse il fratello che era andato via di casa, aveva dilapidato i beni di famiglia, invece di essere felice e di correre ad abbracciare il fratello, rimproverava il padre: “Tu sei troppo buono”.
E così certe volte anche noi recriminiamo con Dio: Qui non si tratta di essere buoni, perché poi, nel vocabolario della strada, essere buono significa essere mezzo scemo, ma Dio è buono perché davvero non si fa condizionare dai nostri limiti, dai nostri meriti, ammesso che ce ne siano, ma si dona totalmente a noi. E allora, mentre ci prepariamo a celebrare l’Eucarestia, facendo memoria dei nostri santi protettori: il Vescovo Riccardo e la Vergine Maria che onoriamo col bel titolo di Madonna dei miracoli, riscopriamo la gioia di essere invitati ad una mensa della quale non siamo degni, ma dalla quale nessuno è escluso. Non a caso prima di cominciare la messa diciamo: Fratelli per essere degni di celebrare i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati…E poi, tra poco, prima della comunione diremo: “Signore, io non sono degno…”. Accostiamoci al trono della misericordia di Dio, accostiamoci alla mensa consapevoli della nostra indegnità, ma facciamoci aiutare dal Signore ad aprire il cuore a tutti i fratelli che non vengono, a non dire mai: “Non c’è posto per te, è tardi!”: Mai! E non dimentichiamo che ancor prima delle parole, già solo lo sguardo può dire accoglienza o insofferenza e rifiuto. E se Dio chiama fino all’ultima ora, noi dobbiamo essere sempre pronti a far posto accanto a noi a qualcuno che arriva, felici sempre di far festa insieme per l’amore di Dio: questa è la Chiesa! Così sogno la nostra Chiesa.

Amen!