OMELIA
XXVII Domenica del tempo ordinario
Festa di San Francesco d’Assisi
Celebrazione comunitaria delle parrocchie:
San Francesco d’Assisi, Santa Maria Vetere e Sacre Stimmate
Andria, Chiesa Cattedrale, 4 ottobre 2026
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Carissimi fratelli e sorelle,
innanzitutto desidero manifestarvi tutta la mia gioia per la vostra scelta. Oggi, nella festa di San Francesco d’Assisi – che quest’anno abbiamo la grazia di celebrare nel giorno del Signore, la domenica – le tre comunità parrocchiali legate alla spiritualità francescana si ritrovano insieme nella solenne cornice della Chiesa Cattedrale, madre di tutte le chiese della nostra Diocesi. È un segno bello e visibile di comunione, di cui vi ringrazio di cuore.
In questa solenne occasione vorrei soffermarmi con voi a meditare su un aspetto della spiritualità di Francesco che ritengo di straordinaria attualità. In verità lo è sempre stato, ma oggi assume contorni del tutto inediti ed urgenti: il tema della povertà.
Non facciamo fatica ad accorgerci che la povertà francescana è spesso caduta nell’ombra. Non perché sia superata, ma perché la modernità ha preferito un’altra via per regolare i rapporti tra le persone, le istituzioni, gli Stati e la diplomazia internazionale.
La crisi ecologica, la solitudine sociale, la fragilità delle democrazie e la polarizzazione culturale ci mostrano dove ci ha condotti il paradigma individualistico e competitivo: è diventato l’unico criterio di misura ad ogni livello. Ma proprio questo modello, correndo all’impazzata, è giunto al limite estremo delle sue possibilità. Oltre questo confine, rischia di saltare tutto in aria — ed è ciò a cui assistiamo ogni giorno sullo scenario del mondo.
Eppure la pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci ricorda ancora una volta una verità fondamentale: noi non siamo padroni di nulla. Siamo come quegli amministratori che si sono illusi di essere i proprietari della vigna. Ma il Signore della terra è Dio! Noi non siamo padroni neppure della nostra stessa vita, figuriamoci del creato che ci è stato affidato.
Fare memoria di San Francesco e del suo sposalizio con “Madonna Povertà” ci obbliga a fare di tutto per recuperare il primato dell’altro. Non per una vaga nostalgia del passato, ma per un’impellente necessità antropologica, se vogliamo vedere salvata la nostra umanità.
La filosofia dell’essere come dono – che attraversa tutta la tradizione cristiana e trova in Francesco una delle sue espressioni più luminose – ci offre la sola vera alternativa: l’essere non è proprietà, ma relazione; non è possesso, ma apertura; non è identità chiusa, ma comunione.
Questo recupero, cari fratelli e sorelle, non può restare una teoria astratta. Ha bisogno di carne, di forme, di pratiche quotidiane e di nuovi linguaggi. Il sapere contemplativo deve tornare a essere una risorsa culturale viva. Arte, poesia, letteratura, filosofia, teologia e preghiera: sono questi gli strumenti con cui la povertà francescana può tornare ad essere visibile, pensabile e vivibile.
Non si tratta di proporre un rigido modello ascetico, ma di scegliere un modello antropologico. La domanda di fondo che deve abitare i nostri cuori è questa: Quale uomo vogliamo generare per il nostro presente e per le generazioni future? Vista la piega che stanno prendendo l’educazione e la politica, non è nemmeno scontato che ai nostri giovani assicureremo un futuro.
San Francesco non ci chiede rinunce per il gusto del sacrificio, ma ci offre la vera libertà; non impone un’etica moralistica, ma spalanca un orizzonte. La sua povertà può diventare una grammatica della convivenza, una pedagogia della cura, una politica della fraternità. Può aiutarci a ripensare l’economia come luogo di reciprocità, la società come tessuto di relazioni, la cultura come spazio di gratuità.
In un mondo segnato dall’accumulo, la povertà francescana ci ricorda che la vera ricchezza non è quella custodita nei forzieri delle banche, ma è la capacità di guardarsi negli occhi con sguardo sincero e gratuito. È la relazione che costruisce il futuro!
In un mondo dominato da una competizione esasperata ed esasperante, il cristianesimo incarnato dal Poverello d’Assisi ci ricorda che la vera forza è la mitezza. In un mondo ossessionato dalla sicurezza, ci ricorda che la vera libertà nasce dalla fiducia. In un mondo che teme e scarta la fragilità, ci insegna che proprio la fragilità è il luogo della comunione.
La povertà francescana non è un residuo del passato: è una risorsa viva per il futuro. È una ricchezza per il mondo intero, perché lo libera dal peso soffocante del possesso e lo restituisce alla sua verità originaria: essere dono, gli uni per gli altri.
Amen.






