XXIII CONGRESSO REGIONALE FADOI PUGLIA
XX CONGRESSO REGIONALE ANIMO PUGLIA
Andria, Palazzo di Città, 16 ottobre 2026
____________
“La cura dei malati e non delle malattie”
Gentilissime Signore
Gentili Signori,
Illustri relatori ed organizzatori del Congresso,
Incontrarsi in questa Sala Consiliare per parlare di sanità significa ritornare alla radice stessa della politica (polis): il bene comune e la tutela dei più vulnerabili. Desidero rivolgere il mio saluto più cordiale a tutti i congressisti della FADOI e dell’ANIMO Puglia, ai medici internisti, agli operatori sanitari e alle autorità presenti.
Il tema “La cura dei malati e non delle malattie” non è uno slogan accattivante, ma un vero e proprio cambio di paradigma antropologico, etico e sociale. Troppo spesso il nostro sistema sanitario, pressato da logiche di aziendalizzazione, budget e protocolli, rischia di ridurre la persona a una “cartella clinica”, a un organo da riparare o a una prestazione da erogare.
Come Chiesa, ricordiamo che al centro dell’atto medico non c’è mai un corpo disincarnato, ma una storia di vita, un volto, un’anima. La Medicina Interna rappresenta da sempre il luogo privilegiato della sintesi clinica e della visione globale del paziente: di fronte alla frammentazione delle iperspecializzazioni, l’internista custodisce l’arte preziosa di guardare alla persona nella sua totalità e complessità.
La tradizione del Magistero pontificio ha costantemente illuminato questo cammino. San Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Evangelium Vitae e nella Lettera Apostolica Salvifici Doloris, ci ha insegnato che la sofferenza non è solo un fatto biologico, ma un’esperienza esistenziale e spirituale, ricordandoci che il malato chiede prima di tutto la presenza di un altro essere umano capace di condividerne il peso. Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica Caritas in Veritate, sottolineava come l’assistenza socio-sanitaria debba sempre coniugare la virtù della carità con l’efficienza della tecnica, evitando che la salute diventi un bene di consumo. Papa Francesco ci ha lasciato l’insegnamento indelebile che “il malato è sempre più importante della sua malattia”. Oggi, Papa Leone XIV ci richiama a fare della cura un’autentica “dimensione sociale” ed ecclesiale. Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato di quest’anno e richiamando l’Esortazione apostolica Dilexi te, il Santo Padre ci ricorda che i familiari, gli operatori sanitari e quanti si avvicinano a chi soffre “danno alla compassione una dimensione sociale che supera il mero impegno individuale”. E citando San Cipriano, ci fa riflettere su come la prova della malattia metta in luce la giustizia di una società: “se i sani servano i malati […] se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto”.
Siamo immersi in un’era di straordinaria accelerazione scientifica e di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Sono strumenti utili, ma la tecnologia non potrà mai sostituire il valore insostituibile del giudizio professionale, dell’esperienza e della relazione umana. Curare la malattia significa focalizzarsi sull’organo o sulla patologia — ed è un compito nobilissimo per il quale dobbiamo profonda gratitudine a medici e ricercatori. Ma curare il malato richiede la relazione: il tempo dell’ascolto è tempo di cura. Tra chi cura e chi è curato non c’è una transazione commerciale, ma un’alleanza etica. Il paziente non è un “cliente” e la struttura sanitaria non è un “fabbricato di servizi”, ma una comunità di cura.
Andria vi accoglie nel cuore della terra federiciana. Federico II di Svevia fu un sovrano, come affermano gli storici, che seppe coniugare mirabilmente sapere umanistico, rigore scientifico e visione del futuro. È proprio questo equilibrio tra tradizione e innovazione il filo conduttore che deve guidare la medicina contemporanea: mettere l’innovazione tecnologica al servizio dell’umanizzazione delle cure.
Per tradurre questo principio nella vita concreta del nostro territorio, siamo chiamati a risposte precise.
Se i presidi ospedalieri sono indispensabili per le acuzie, è la medicina del territorio (l’assistenza domiciliare, i consultori, le cure palliative) a garantire la continuità di una presa in carico che non lasci soli gli anziani e i malati cronici.
Non possiamo tollerare che persone rinuncino alle cure per ragioni economiche o burocratiche. Una società si misura dalla tutela dei suoi membri più deboli.
Non possiamo chiedere l’umanizzazione delle cure se medici e infermieri lavorano in condizioni di burn-out, turni stremanti e precarietà. Aver cura del malato significa anche prendersi cura della dignità e della serenità degli operatori sanitari.
Desidero concludere richiamando l’icona del Buon Samaritano (Lc 10, 25-37), paradigma di ogni autentico servizio di cura. Il Samaritano non chiede credenziali, non calcola il tempo, non si protegge dietro protocolli astratti. Si ferma, vede, prova compassione e si fa carico del ferito.
L’auspicio per la nostra città di Andria e per le nostre istituzioni sanitarie e civili è di saper costruire insieme una “società-locanda”, capace di accogliere e prendersi cura della fragile bellezza di ogni vita umana, dal suo nascere al suo naturale tramonto.
Vi ringrazio per l’attenzione e per il vostro prezioso servizio al bene comune.
+ Luigi Mansi
Vescovo






