Omelia Santa Messa del Crisma

05-04-2023

Letture:
Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4, 16-21

Carissimi confratelli presbiteri e diaconi,
Carissimi fratelli e sorelle,

Il Vangelo di Luca, nel brano che ci è stato proclamato, ci ha detto che, dopo che Gesù ebbe letto il passo del profeta Isaia davanti alla sua gente e si fu seduto, “gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. Anche San Giovanni, nella seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, ci ha detto che “Ogni occhio lo vedrà”.

Fissare gli occhi su Gesù” è una grazia che innanzitutto noi, come ministri ordinati, dobbiamo chiedere sempre, senza stancarci mai, e insieme dobbiamo sempre coltivare. E dobbiamo concepire questo come l’impegno primo del nostro ministero: educare, accompagnare il nostro popolo a “tenere fissi gli occhi su Gesù”. Se gli occhi del nostro cuore saranno davvero sempre fissi su di lui, sarà proprio lui a renderci capaci di vedere dove sta la verità della nostra vita e, insieme, dove si nascondono i pericoli e gli idoli. Così, con il Suo sguardo, riusciremo a togliere loro il potere di condizionare la nostra vita e le nostre scelte.

Lo sguardo del Signore ci fa vedere e capire che, in realtà, negli idoli noi glorifichiamo noi stessi, perché è proprio lì, in quello spazio che viviamo come se fosse esclusivo, si intromette il maligno, e fa sì che noi facciamo o non facciamo tante cose ufficialmente – diciamo così – come desiderio di servire il Signore e il Vangelo, ma in realtà per compiacere noi stessi, per spirito di vanagloria, per cercare quanti più “like” alle nostre uscite sui social. Non smetteremo mai di vigilare abbastanza perché in spirito di una coraggiosa autocritica dobbiamo ammettere che tutto questo tanto spesso accade. Malgrado uno dica a sé stesso che distingue perfettamente che cos’è un idolo e chi è Dio, in pratica andiamo togliendo spazio al Dio-Trinità per darlo al maligno, in una specie di adorazione indiretta.

Sì, carissimi, con lo sguardo ed il cuore disincantato diciamoci con franchezza che gli idoli sono il vero pericolo che mettono a soqquadro la nostra vita di credenti. E lo sono ancor di più quando non li smascheriamo, quando non permettiamo a Gesù di aiutarci a vedere che in essi stiamo cercando malamente noi stessi e non il suo Regno. È lì che il Maligno si intromette. Dobbiamo ricordare che lui opera in modo che noi facciamo la sua volontà e che lo serviamo, contrapponendoci al Signore, al quale pure promettiamo, ogni volta che recitiamo il Padre nostro, di fare la Sua volontà.

E dunque, facendo eco alle parole dette più volte ai ministri ordinati dal nostro santo padre, Papa Francesco, anche nelle messe crismali degli scorsi anni, vorrei condividere con voi, tre spazi di idolatria nascosta, nei quali il Maligno utilizza i suoi idoli per indebolirci nella nostra vocazione di pastori e di credenti, portandoci a separarci dalla presenza benefica e amorosa di Gesù, dello Spirito e del Padre.

Un primo spazio di idolatria nascosta si apre dove c’è mondanità spirituale, che si presenta come una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparenza, dell’immaginedel servizio pastorale inteso come ricerca del successo. Fatalmente si cade nella ricerca del trionfalismo, un trionfalismo senza Croce. E Gesù nella sera della Cena ha pregato con intensità affinché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. Questa tentazione di una gloria senza Croce è l’esatto contrario di quello che ci insegna Gesù che, invece, ci dà ben altro esempio: si umilia nell’Incarnazione fino alla morte e alla morte di croce. Ed è questa per noi l’unica vera medicina contro ogni idolo. Essere poveri come e con Cristo povero: è questa la logica dell’Amore e non un’altra. Nel brano evangelico di oggi abbiamo visto che il Signore è nella sinagoga del suo piccolo villaggio, quello dove aveva trascorso tutta la sua vita prima di iniziare la sua missione, Nazareth, dove lo conoscono tutti, ed è lì per fare lo stesso annuncio che farà poi alla fine della storia, quando verrà nella sua Gloria, circondato dagli angeli. Gli occhi del nostro cuore devono perciò davvero stare fissi su di Lui, come lo erano gli occhi dei suoi concittadini. La mondanità di andar cercando la nostra gloria ci distoglie dalla presenza di Gesù umile e umiliato, Signore vicino a tutti, Cristo dolente con tutti quelli che soffrono, adorato dal nostro popolo che sa chi sono i suoi veri amici. Un sacerdote mondano non è altro che un pagano clericalizzato.

Un altro spazio di idolatria nascosta mette le radici là dove si dà il primato al pragmatismo dei numeri. Coloro che hanno questo idolo nascosto si riconoscono per il loro amore alle statistiche, quelle che possono cancellare ogni tratto personale nella discussione e dare la preminenza alla maggioranza, che, in definitiva, diventa il criterio di discernimento. Questo non può essere l’unico modo di procedere né l’unico criterio nella Chiesa di Cristo. Le persone non si possono solo “contare”, occorre guardarle negli occhi. Dio non dà lo Spirito “con misura”, ma “senza misura”. A pensarci bene, in questo fascino per i numeri, in realtà, ricerchiamo noi stessi e troviamo appagamento in questa logica, che non s’interessa dei volti e delle storie delle persone, non ha come criterio di fondo l’amore, ma ama i numeri. Una caratteristica dei grandi santi, invece, è che non amano apparire, ma lasciano ogni spazio al Signore. Questo tirarsi indietro, questo dimenticarsi di sé e voler essere dimenticati da tutti gli altri è la caratteristica dello Spirito, il quale appunto manca di immagine, lo Spirito non ha immagine propria semplicemente perché è tutto Amore che fa brillare l’immagine del Figlio e, in essa, quella del Padre. La sostituzione della sua Persona, che già di per sé ama “non apparire” – perché non ha immagine -, è ciò a cui mira l’idolo dei numeri, che fa sì che tutto “appaia”, seppure in modo astratto e contabilizzato, ma ahimè, senza incarnazione.

Un terzo spazio di idolatria nascosta, strettamente legato al precedente, è quello che si apre con il funzionalismo, un ambito seducente in cui molti, “più che per il percorso si entusiasmano per la tabella di marcia”. La mentalità funzionalista non tollera il mistero, punta all’efficacia, non prevede e non sopporta tempi di attesa legati alla maturazione delle persone. È come un diventare prigionieri di una sorta di automatismo spirituale. A poco a poco, questo idolo va sostituendo in noi la presenza amorosa del Padre. Il nostro Padre è il Creatore, ma non uno che solamente fa “funzionare” le cose, ma piuttosto Uno che “crea” come Padre, con tenerezza, facendosi carico delle sue creature e operando affinché l’uomo sia davvero libero. Il funzionalista non sa riconoscere e perciò non sa gioire delle grazie che lo Spirito effonde sul suo popolo, delle quali potrebbe “nutrirsi” anche come lavoratore che si guadagna il suo salario. Il sacerdote, il catechista, il cristiano con mentalità funzionalista ha il proprio nutrimento, che è il suo ego. Nel funzionalismo mettiamo in second’ordine l’adorazione al Padre nelle piccole e grandi cose della nostra vita e ci compiacciamo dell’efficacia dei nostri programmi. Come ha fatto Davide quando, tentato da Satana, si impuntò per realizzare il censimento, per gloriarsi nel conteggio dei suoi sudditi. E provocò disastri!

Carissimi, prendiamo coscienza che in questi spazi di idolatria nascosta sostituiamo la speranza, che è lo spazio dell’incontro con Dio, con il riscontro dei frutti visibili e conteggiabili. È un atteggiamento di vanagloria da parte del pastore e di quanti con lui collaborano nella vita pastorale della comunità, un atteggiamento che sciupa l’unione del suo popolo con Dio e plasma un nuovo idolo: il nostro programma, i nostri numeri, i nostri piani pastorali. Non vedere questi idoli e non saperli smascherare nella nostra quotidiana vita di chiesa fa male alla fedeltà al nostro ministero e intiepidisce la nostra relazione personale con il Signore. Cari confratelli, non dobbiamo dimenticare, nemmeno per un attimo, che non siamo semplici prestatori d’opera, tra l’altro regolarmente retribuiti, ma siamo immagine della paternità di Dio e del fraterno abbraccio di Cristo Pastore.

Cari fratelli e sorelle, carissimi confratelli Ministri Ordinati, Gesù è l’unica via per non sbagliarci nel mettere ben a fuoco che cosa sentiamo davvero, e dove ci sta conducendo il nostro cuore… Il Signore Gesù è l’unica via per discernere bene che cosa ci chiede e che cosa ci affida il vangelo nella storia nel nostro tempo! Confrontiamoci allora con Lui, proviamo ad immaginare che oggi sia Lui che, seduto nella nostra Cattedrale, ci stia dando lezioni e ci dica che oggi si è compiuto tutto quello che abbiamo ascoltato. Gesù Cristo, essendo segno di contraddizione faccia sì che questi idoli si rivelino, così che noi sappiamo riconoscere la loro presenza, percepire il loro pericolo e diventare così capaci di riconoscerne le radici e come funzionano. Questo è dunque l’impegno che solennemente tutti prendiamo stasera: fare sempre più spazio al Signore nella nostra vita, perché Lui possa aiutarci ad identificare e distruggere gli idoli nascosti che sciupano l’opera della Grazia per la nostra santa amata Chiesa.

E vorrei concludere chiedendo a Gesù Sacerdote per me e per voi tutti che ci liberi da ogni brama di possesso e di successo. E chiediamo ancora che, i nostri due fratelli Saverio Lavacca e Saverio Lorusso, per i quali in questa celebrazione ci apprestiamo a celebrare il rito di ammissione al Sacro Ordine del Diaconato permanente, vivano, insieme con le loro famiglie, la preparazione prossima alla sacra ordinazione accompagnati dalla fraterna preghiera di tutta la comunità diocesana.

Il Signore conceda veramente a tutti noi che là dove dubitiamo su come rispondere meglio alle sfide del tempo che la provvidenza ci chiede di abitare, lo Spirito ci illumini il giudizio, in modo che, con nobiltà di cuore, sappiamo subordinare alla carità e solo ad essa ciò che abbiamo appreso dall’esperienza o studiato sui libri.

Amen!